info@glomeda.org
Friday, 30/10/2020

FEATURES
home
archivio
agenda
speciali
glomedART
downloads
links

PRIMO PIANO
"Malati di Niente" Edizione 2008

Progetto del Centro di Salute Autogestito - YaBasta!

Speciale mobilitazioni
No Pav! No Quadrilatero!


Reddito per tutti! Speciale campagna legge regionale

Amnistia e nuove ipotesi di "sottrazione alla punibilità"



25/03/2006 | Amnistia e nuove ipotesi di "sottrazione alla punibilità"
PER UN NOSTRO
“PACCHETTO GIUSTIZIA”:
Amnistia e nuove ipotesi di “sottrazione alla punibilità”


La riflessione intorno alla problematica dell'amnistia, riflessione che ha già visto un primo scambio di battute, valutazioni e proposte tra la fine del 2003 ed i primi mesi del 2004.
Già in quella occasione avevo avuto modo di sottolineare, in due miei successivi interventi, l'importanza di non confinare il ragionamento esclusivamente intorno allo strumento tecnico dell'amnistia, ma di aprirlo ad un'analisi più complessiva sui possibili dispositivi giuridici in grado di ridurre i “livelli di punibilità” oggi ferocemente scatenati sul corpo dei movimenti: in sostanza, si proponeva, oltre al perseguimento di un provvedimento di amnistia, di aprire un piano di rivendicazione più ampio, capace di “infiltrare” nuovi dispositivi di garanzia e di nonpunibilità all'interno dell'ordinamento penale.
In un primo abbozzo di “proposta tecnica” (gennaio 2004) avevo cercato di sintetizzare alcune idee che affiancavano all'ipotesi di amnistia, una modifica dell'art.416 c.p. (associazione per delinquere) e due nuove ipotesi discriminanti, che avevo definito “legittima resistenza” e “diritto d'ingerenza umanitaria”.
Ad oggi ritengo che quelle proposte mantengano pienamente la loro attualità, anche se necessitano di ulteriori ed importanti integrazioni e di una diversa e più puntuale definizione di un eventuale provvedimento di amnistia.
Il testo che segue contiene, pertanto, sia le proposte già formulate, sia proposte nuove ed una radicale riformulazione dell'ipotesi tecnica di amnistia.
Prima di passare al testo più strettamente tecnico, ritengo importante, per riallacciare il filo della riflessione, riportare alcuni stralci del documento che aveva anticipitato la “proposta tecnica” elaborata circa due anni fa. Si tratta di due stralci che focalizzano la riflessione intorno al concetto giuridico di “legittima resistenza” ed a quello relativo all'esercizio del “diritto di ingerenza umanitaria” (il testo integrale è recuperabile nel sito www.glomeda.org).
Subito dopo gli “stralci” riporto il testo della proposta “tecnica”, rivista ed integrata, in riferimento alla quale ribadisco ancora una volta che non c'è, né può esservi, alcuna pretesa di definitività: la proposta vuole essere semplicemente uno strumento per iniziare a misurare le nostre riflessioni sul terreno più prettamente normativo.
Va inoltre specificato che il testo va inteso come una sorta di nostro “pacchetto-giustizia” e non come il testo di un'unica proposta di legge, considerato che contiene ipotesi di interventi normativi per i quali sono previsti iter di approvazione diversificati.

SULLA “LEGITTIMA RESISTENZA”: “...Il "nostro" codice penale prevede diverse fattispecie di reato che puniscono l´abuso del pubblico ufficiale, così come prevede un generico diritto di resistenza all´azione vessatoria del pubblico ufficiale che abusa delle sue funzioni.
Tuttavia si tratta sempre di fattispecie di reato che assumono l´abuso del pubblico ufficiale come fatto individuale, come episodio, più o meno grave, sempre, però, assunto come devianza da un ordine strutturale inevitabilmente legittimo e conforme alle fondame ntali garanzie costituzionali.
Che l´ordinamento giuridico muova da un simile paradigma è del tutto logico: prevedere la possibilità che si configuri un "abuso" nella gestione dell´ "ordine pubblico" come fenomeno globale e strutturale, che prescinde e travalica anche le responsabilità dei singoli "pretoriani", significherebbe riconoscere un limite profondo delle capacità "ordinative" del sistema giuridico "democratico".
Eppure è proprio questo il limite che, con assoluta chiarezza, precipita nelle giornate genovesi e che la proposta di legge dovrebbe riuscire, in qualche maniera, a "formalizzare", incuneandosi in uno spazio giuridiconormativo che, a mio avviso, va individuato nell´ "abuso collettivo e generalizzato" non tanto delle funzioni individuali del singolo pubblico ufficiale, quanto, piuttosto dell´ordine pubblico in quanto tale, che, "abusato" si trasforma in atto di guerra civile: se Genova è stata "una sanguinosa prova tecnica di guerra civile", che configura l´affermarsi strutturale di una nuova modalità di gestione dell´ "ordine pubblico", è necessario che l´ordinamento giuridico ne prenda atto, anche se, prendendone atto, finisce (per noi giustamente) con il riconoscere il proprio irreversibile limite storico e politico.
"Prendere atto" in questo caso significherebbe assumere la possibilità che, in determinati contesti, si verifichi un "abuso collettivo e generalizzato" dell´ordine pubblico, a fronte del quale diventa logico e necessario prevedere un diritto di resistenza all´ "abuso" altrettanto collettivo e generalizzato.
La vicenda genovese, da questo punto di vista, risulta assolutamente esemplificativa, essendo del tutto evidente che il problema giudiziario su Genova non sarà mai riducibile alla quantità dei procedimenti penali aperti a carico dei guardiani dell´Impero: se anche gli indagatori genovesi perseguissero meticolosamente tutte le singole e specifiche responsabilità dei guardiani, residuerebbe, comunque, la parte peggiore di Genova che non è data dalla semplice sommatoria degli episodi di violenza consumate ai danni dei manifestanti, ma dalla sua natura di "atto di guerra civile" e soprattutto residuerebbe la valenza "scriminante" che il riconoscimento dell´avvenuto "atto di guerra civile" dovrebbe dispiegare sui comportamenti assunti dalle moltitudini.
Una valenza scriminante più che legittima: in un contesto in cui un´intera moltitudine, che secondo il linguaggio codicistico verrebbe definita "folla", viene sottoposta ad un abuso "collettivo e generalizzato", risulta assolutamente impossibile definire in maniera personalizzata dove arriva la legittima resistenza e dove inizia il reato, dove arriva il comportamento cosciente e dove, invece, inizia quello dettato dalla paura e dall´istinto all´autoconservazione.
Se già il codice penale prevede come attenuante "l´aver agito per suggestione di una folla in tumulto"( art.62, comma 3) riconoscendo, implicitamente, che in una dimensione di tensione massificata i comportamenti individuali vengono inevitabilmente condizionati, cosa dovrebbe giustamente prevedere per le azioni
compiuti nel caso di una "folla" sottoposta al tiro incrociato delle armi da fuoco, ai cellulari lanciati per investire, alla pioggia di gas micidiali ed ai pestaggi a sangue? Credo che, seguendo questa linea di ragionamento, potremmo lavorare ad un primo dispositivo di sottrazione, che potremmo definire "legittima resistenza"
(espressione che ci aiuta ad evocare l´idea di una "legittima difesa collettiva"), e che, composto da un insieme di cause di non punibilità e di attenuanti, diventerebbe operativo ogni qual volta gli elementi di fatto e di diritto configurino una ipotesi di "abuso d´ordine pubblico".
(da “Una soluzione giuridica a 26 mesi di disobbedienza: alcune riflessioni sotto il profilo giuridico – gennaio 2004).


SUL “DIRITTO DI INGERENZA UMANITARIA”: “...In sostanza, ad un primo approccio, lo "specifico" delle mobilitazioni contro la guerra porterebbe ad individuare il dispositivo di sottrazione nell´attribuzione di una valenza "scriminante" al fatto stesso del configurarsi dell´evento bellico (uso il termine
"configurarsi" per comprendere temporalmente anche le azioni compiute prima dell´avvio delle operazioni di guerra in senso stretto), valenza "scriminante" che andrebbe a dispiegare i suoi effetti sulle azioni finalizzate ad impedirlo o a farlo retrocedere.
Se dal punto di vista politico un simile ragionamento risulta ineccepibile, la sua traduzione sul piano tecnico-giuridico appare, invece, difficoltosa.
Tale difficoltà è data principalmente dal fatto che la guerra, per il nostro ordinamento, è un´opzione prevista e "tutelata", tantochè ad essa sono ricollegati effetti "inaspritori ", piuttosto che "scriminanti", dei dispositivi repressivi. Qualcuno potrebbe proporre di aggirare l´ostacolo distinguendo lo stato di guerra dichiarato da quello non dichiarato, oppure richiamandosi al ripudio costituzionale della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, distinguendo, così, la cosiddetta guerra di difesa da quella di offesa. Personalmente non credo che un simile ragionamento ci porterebbe lontano: non solo perché abbasserebbe notevolmente il rapporto di funzionalità tra lo strumento tecnico-giuridico ed il fondamento politico della proposta di legge, ma anche perché vincoleremmo il dispositivo di sottrazione a parametri storicamente "saltati".
Nell´epoca, infatti, delle "operazioni di polizia internazionale" e della "guerra al terrorismo", fattispecie scriminanti che vincolano la loro operatività alla distinzione tra guerra di "offesa" e guerra di "difesa", tra guerra dichiarata e guerra non dichiarata credo che nascano già atrofizzate.
Per questo, forse, l´ostacolo può essere aggirato ricorrendo ad un altro tipo di operazione: se la guerra, in quanto tale, è una categoria organica all´ordinamento e per questo difficilmente utilizzabile in funzione "scriminante", possiamo, però, scomporre tale categoria per estrarne quegli aspetti che, anche per l´ordinamento, risultano inevitabilmente "riprovevoli" e indegni di tutela giuridica.
Si potrebbe, ad esempio, immaginare un dispositivo di sottrazione che diventa operativo nel momento in cui le azioni sono finalizzate ad impedire o a far retrocedere atti/scelte/determinazioni destinati a produrre, o che stanno già producendo, il compimento di crimini contro l´umanità, di stragi di civili, di violazione dei diritti umani, di devastazione ambientale, di attentato alla salute, di violazione dei diritti del fanciullo ecc., proseguendo, così, in una elencazione la cui definizione lascio ad un momento successivo (un aspetto particolare da discutere riguarderà se e come introdurre, tra i vari parametri, quello relativo alla "violazione di sovranità").
(da “Una soluzione giuridica a 26 mesi di disobbedienza: alcune riflessionisotto il profilo giuridico – gennaio 2004).



IL TESTO
Un primo tentativo di configurazione “tecnica” delle proposte

1) Dopo l'art. 52 del codice penale, viene introdotto il seguente articolo:

Art.52 bis
LEGITTIMA RESISTENZA
Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di resistere o, comunque, sottrarre sé od altri ad un abuso d'ordine pubblico, quando questo determini il pericolo attuale di un danno grave alla persona.
Si ha abuso d'ordine pubblico (1) quando, nell'ambito delle operazioni di mantenimento o ristabilimento dell'ordine pubblico, il numero e la natura delle violazioni di legge commesse da più pubblici ufficiali in concorso tra loro, nonché il ruolo svolto nelle suddette violazioni dai superiori gerarchici, seppur solo con condotte omissive, siano tali da ingenerare il timore diffuso (2) di una sospensione di fatto delle garanzie costituzionali (3).


Note al punto 1:
1. L'abuso d'ordine pubblico, così come definito nel secondo comma dell'articolo, non configura una nuova ed autonoma ipotesi di reato imputabile al pubblico ufficiale, bensì un fatto storico che, con il suo verificarsi, determina l'operatività della causa di non punibilità prevista nel primo comma.
Ritengo che tale soluzione sia preferibile in quanto collegare l'operatività della scriminante al verificarsi di un evento, piuttosto che alla dimostrazione della penale responsabilità, in una nuova ipotesi di reato, dei pubblici ufficiali in concorso tra loro, faciliti l'accesso alla causa di non punibilità e risulti maggiormente garantista: per fare un esempio, è possibile dimostrare il verificarsi di un fatto anche se non sono stati identificati coloro che lo hanno determinato.

2. Il riferimento al parametro del "timore diffuso" è stato scelto con l'intento di far prevalere l'elemento soggettivo (psicologico) su l'elemento oggettivo (storico). In sostanza, affinché si configuri un abuso d'ordine pubblico, non è necessario che la sospensione delle garanzie costituzionali si sia effettivamente verificata, ma è sufficiente che l'azione violenta delle forze dell'ordine sia tale da indurre, in coloro che la subiscono, una simile rappresentazione della realtà. Ritengo che tale configurazione, oltre ad essere giusta sotto il profilo contenutistico, risulti maggiormente efficace sotto il profilo tecnico, in quanto ci sottrae dalla necessità di dimostrare l'effettivo verificarsi della sospensione delle garanzie costituzionali.
3. Il riferimento al parametro della "sospensione di fatto delle garanzie costituzionali" assolve, a mio avviso, ad una duplice funzione: da un lato ci evita di formulare un elenco dettagliato di ipotesi specifiche che, poi, nella realtà fattuale potrebbero risultare inadeguate o troppo vincolanti, dall'altro il fatto di configurare come interfaccia di una legittima resistenza la sospensione delle garanzie costituzionali, favorisce l'agibilità della proposta anche all'interno di quelle aree di "garantismo istituzionale" comunque determinanti nell'iter di una eventuale proposta di legge.


2) Dopo l'articolo 51 del codice penale viene introdotto il seguente
articolo:

Art.51 bis
ESERCIZIO DEL DIRITTO DI INGERENZA UMANITARIA
Non è punibile, se dal fatto non derivano lesioni personali perseguibili d'ufficio né un pericolo per la pubblica incolumità, chi organizza, promuove o, comunque, partecipa ad azioni pubbliche (2) di disobbedienza civile (3) volte ad impedire, ostacolare o limitare la partecipazione dello Stato ad operazioni internazionali a carattere militare, comunque denominate, che integrino il rischio concreto di:
a) Strage di civili;
b) Devastazione ambientale;
c) Violazione della sovranità di altro Stato attraverso la violazione dei confini territoriali con apparati e mezzi militari o ordigni esplosivi; (4)
d) Violazione della sovranità di altro Stato attraverso la costituzione di autorità governative straniere; (4)
e) Usurpazione delle risorse economiche e naturale di altro Stato; (4)
f) Violazione dei diritti fondamentali della persona e del fanciullo;

La causa di non punibilità di cui al comma 1 opera anche se ricorre uno solo dei rischi sopra enunciati.
Se dal fatto sono derivate lesioni personali perseguibili d'ufficio, le condizioni di cui al comma 1 operano quali circostanze attenuanti e determinano una riduzione da 1/3 a 2/3 della pena in concreto applicabile.
Se dal fatto sono derivate lesioni personali per cui ricorrano le circostanze aggravanti di cui all'art.583 c.p., le condizioni di cui al comma 1 operano quali circostanze attenuanti comuni. La circostanze attenuanti di cui al comma 2 e 3 del presente articolo possono concorrere con le circostanze attenuanti comuni già previste dall'art.62 c.p.


Note al punto 2:
1. L'intero articolo è stato pensato tenendo presente quello che potrebbe essere il punto di maggiore equilibrio tra esigenze di sottrazione ai dispositivi punitivi e la credibilità di una proposta teoricamente destinata a diventare norma di legge all'interno dell'ordinamento giuridico vigente.
Occorrerà, comunque, effettuare una ricognizione completa dei procedimenti in corso per verificare il grado di copertura della norma così strutturata e per verificare l'eventuale necessità di modificarla o integrarla.
2. Il riferimento alla dimensione pubblica dell'azione ritengo che sia un passaggio giuridicamente obbligato in assenza del quale i confini della causa di non punibilità sarebbero talmente ampi da risultare immediatamente incompatibili con quanto complessivamente disposto dalla legislazione penale.
3. Il riferimento al parametro della disobbedienza civile consente di comprendere in un'unica espressione una molteplicità di ipotesi altrimenti difficilmente catalogabili. Uso volutamente l'espressione "disobbedienza civile" anziché "disobbedienza sociale" perché ritengo che la prima sia più facilmente inseribile nel contesto dell'ordinamento giuridico formalizzato, mentre ritengo che la seconda non possa (e non debba), essere sottoposta ad un processo di codificazione.
4. I punti "c", "d" ed "e" potrebbero essere riassunti in un unico punto che parla genericamente di "violazione della sovranità di altro Stato".
Ho scelto di articolare i punti "c", "d" ed "e" per evitare una formulazione che accreditasse la sovranità statuale come valore assoluto e la sua violazione come disvalore assoluto: nella formulazione proposta, invece, il disvalore è relativo e riguarda solo alcune modalità di violazione della sovranità, mentre altre, come quelle riconducibili a pratiche di diplomazia dal basso, ne restano fuori.



3) Le cause di non punibilità di cui all'art. 51 bis, 1° comma, e 52 bis c.p., nonché le circostanze attenuanti di cui all'art.51bis, 3° e 4° comma, c.p., si applicano ai procedimenti in corso, qualunque sia lo stato o il grado del procedimento.

4) Il primo comma dell'art.416 del codice penale viene così modificato:

Art.416
Associazione per delinquere
"Quando tre o più persone si associano "clandestinamente o, comunque, in maniera occulta", allo scopo di commettere più delitti, coloro che promuovono o costituiscono od organizzano l'associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da tre a sette anni."


Note al punto 4:
1. L'utilizzo sempre più massiccio dell'ipotesi delittuosa prevista dall'art.416 c.p. per colpire le articolazioni di movimento, concretizza una strategia repressiva sottile ed efficace: evita il riscorso alla più compromettente (per gli inquirenti) fattispecie dell'associazione sovversiva e, nel contempo, garantisce un elevato livello di repressione.
Trovare uno strumento di natura giuridica in grado di bloccare tale pratica non è facile: è evidente, infatti, che la fattispecie dell'"associazione a delinquere" non è in alcun modo abrogabile in quanto costituisce uno dei dispositivi portanti dell'ordinamento penale.
Poiché non è percorribile la strada dell'abrogazione, l'altra opzione possibile consiste nella codificazione di ciò che differenzia l'ipotesi delittuosa dell'associazione a delinquere dalla realtà materiale e politica incarnata dalle articolazioni di movimento: operazione, questa, altrettanto complessa in quanto richiederebbe la normazione di parametri di natura politica e sociale difficilmente codificabili.
Alla luce di tali considerazioni, ho cercato di estrapolare da tali parametri di natura politico-sociale l'elemento più facilmente codificabile, ovverossia la loro dimensione "pubblica": per questo la modifica proposta consiste nell'introduzione nel primo comma dell'art.416 dell'espressione "clandestinamente o, comunque, in maniera occulta". Ritengo che la soluzione ipotizzata sia effettivamente praticabile: è del tutto evidente, infatti, che l'ordinaria associazione a delinquere poggia sul carattere segreto sia dell'accordo che del programma delittuoso, contrariamente a quanto si verifica per le attività conflittuali messe in campo dai movimenti. Va, inoltre, rilevato che un eventuale modifica dell'art.416 c.p. dispiegherebbe i propri effetti anche sui procedimenti in corso: ai sensi, infatti, dell'art.2, 2° comma, c.p. "Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato e,se vi è stata condanna, ne cessano l'esecuzione e gli effetti penali." ; in ogni caso, ai sensi del medesimo articolo, 3° comma, "Se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo.".


5) L'attenuante della finalità essenzialmente dimostrativa.
A fronte di un progressivo aggravamento delle ipotesi di reato e dell'ormai diffusa tendenza da parte dell'autorità giudiziaria a contestare ipotesi di reato assolutamente sproporzionate ai fatti, giocando sull' “annullamento” formale delle finalità evidentemente “dimostrative” di molte delle azioni sotto processo, si propone la codificazione di una nuova attenuante in grado di agire, a seconda delle ipotesi, come circostanza ad effetto speciale o come circostanza che determina una pena di specie diversa.
Fermo restando che la questione deve essere approfondita, specificando le modalità di inserimento nel corpo del codice penale, possiamo intanto abbozzare una prima versione del disposto, che opererebbe
“Quando il fatto è stato commesso con finalità essenzialmente dimostrative, a causa e in occasione di agitazioni o pubbliche manifestazioni, allo scopo di denunciare e/o prevenire gravi emergenze a carattere sociale, ambientale o lavorativo o, comunque, al fine di denunciare e/o prevenire gravi violazioni dei diritti umani, delle garanzie costituzionali o delle garanzie democratiche”.


6)Abrogazione dei reati di opinione di cui agli artt.: 266 (Istigazione di militari a disobbedire alle leggi), 270 (Associazioni sovversive) bis-ter-quater-quinquies-sexies, 272 (Propaganda ed apologia sovversiva o antinazionale), 273 (illecita costituzione di associazioni aventi carattere internazionale), 274 (Illecita partecipazione ad associazioni aventi carattere internazionale), 304 (Cospirazione politica mediante accordo), 305 (Cospirazione politica mediante associazione), 342 (Oltraggio a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario) e 415 (Istigazione a disobbedire alle leggi).


Note al punto 6:
1. Va evidenziato che diversi degli articoli sopra elencati sono già stati oggetto di pronunce di incostituzionalità da parte della Corte Costituzionale: in particolare, sono stati dichiarati totalmente illegittimi gli artt. 273 e 274, mentre sono stati dichiarati parzialmente illegittimi gli artt.266 e 415.
La strutturazione del punto 6, consistendo in una elencazione di ipotesi abrogative, è agevolmente integrabile e/o modificabile, alla luce di un'ulteriore ricognizione dei procedimenti in corso o di quelli potenzialmente incardinabili.
Le ipotesi di abrogazione contengono le nuove fatispecie relative alle associazioni con finalità di terrorismo introdotte dal pacchetto Pisanu.
Fermo restando l'obiettivo dell'abrogazione integrale, va evidenziata la priorità e l'urgenza di un intervento in termini abrogativi del nuovo art.270 sexies che così qualifica le condotte con finalità di terrorismo:
“1. Sono considerate con finalità di terrorismo le condotte che, per la loro natura o contesto, possono, arrecare danno ad un Paese o ad un organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale”.


7) Abrogazione dei reati di cui agli artt.13, co.13 e 13 bis, e 14, co. 5 ter e 5 quater D.lgs.286/98 (permanenza o rientro nel territorio nazionale da parte di immigrati espulsi – mancata ottemperanza all'ordine di lasciare il territorio nazionale).


8) Abrogazione delle modifiche normative introdotte con la cosiddetta legge Cirielli e di quelle introdotto con il “pacchetto” Pisanu.


9) Abrogazione delle ipotesi di reato connesse al consumo di sostanze stupefacenti.


Nota al punto 8 e 9:
per esigenze di brevità il riferimento è volutamente generico. Una disamina più approfondita sarà possibile effettuarla in un successivo intervento.



AMNISTIA

1 - Modifica dell'art.79 della Costituzione.


L'art.79 della Costituzione prevedeva originariamente che l'amnistia e l'indulto venissero concessi dal Presidente della Repubblica su leggedelega delle Camere.
Con la legge costituzionale nr.1 del 6 marzo 1992, l'art.79 è stato radicalmente riformulato ed il testo attualmente in vigore prevede che l'amnistia e l'indulto siano concessi “...con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuhna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale”.
Il vincolo della maggioranza qualificata dei due terzi e le nuove modalità di approvazione rendono evidentemente molto difficile l'appovazione di un provvedimento di amnistia e di indulto: non è un caso che l'ultima amnistia risalga al Dpr. nr.75 del 12 aprile 1990.
Modificare nuovamente l'art.79 della Costituzione è una priorità assoluta, sebbene l'iter sia alquanto complesso: per operare tale modifica è, infatti, necessaria una legge costituzionale. Altro problema ancora riguarda il tipo di modifica perseguire.
Considerato che il testo originario dell'art.79 ha consentito in 44 anni (dall'entratain vigore della Costituzione al 1992, anno della modifica dell'articolo), l'approvazione di 19 provvedimenti di amnistia e indulto, il sostanziale ritorno al testo originario sarebbe forse l'opzione migliore.
Va tenuto presente, tuttavia, che è molto improbabile (direi impossibile) l'approvazione di una legge costituzionale che, di fatto, sancisca il ritorno al testo originario dell'articolo. Maggiori probabilità di successo potrebbe avere l'ipotesi di modificare il quorum per l'approvazione dell'amnistia (e dell'indulto) dai due terzi alla maggioranza assoluta, eliminando contestualmente l'inciso “...in ogni suo articolo e nella votazione finale”.
A tale proposito ricordo che una modifica in questi termini è stata già contemplata nella proposta di legge costituzionale nr.2750 (primo firmatario Boato e tra i firmatari Enzo Bianco) presentata il 15 maggio 2002.


2 - Amnistia

Art.1
E' concessa amnistia per ogni reato non finanziario per il quale è stabilita una pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero una pena pecuniaria, sola o congiunta a detta pena.

Art. 2
Indipendentemente dal limite di pena di cui all'art.1, è concessa amnistia per i reati previsti e puniti dall'art.331, co. 2, (interruzione di un sevizio pubblico o di pubblica necessità); 338 (violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario); 339 (circostanze aggravanti); 416, co.1-2-3-5, (associazione per delinquere); 419(devastazione e saccheggio); 420, co.3, (attentato a impianti di pubblica utilità); 423 (incendio) 583, co.1, e 585 (circostanze aggravanti); 624 bis (furto in abitazione e furto con scasso); 625 (circostanze aggravanti); 628 (rapina) c.p., art.4 l.895/1967; art.1, co.1 e 2, D.lgs. 66/1948, quando la pena in concreto applicabile non superi i 5 anni e ricorra almeno una delle seguenti condizioni:

a) Il fatto sia stato commesso con finalità essenzialmente dimostrative, a causa e in occasione di agitazioni o pubbliche manifestazioni, allo scopo di denunciare e/o prevenire gravi emergenze a carattere sociale, ambientale o lavorativo o, comunque, al fine di denunciare e/o prevenire gravi violazioni dei diritti umani, delle garanzie costituzionali o delle garanzie democratiche;

b) Per la natura, la specie, i mezzi, le modalità o circostanze dell'azione, ovvero per la particolare tenuità del danno o del pericolo, il fatto risulti di lieve entità;

c) Il reato abbia avuto luogo in un contesto in cui il numero e la natura delle violazioni di legge commesse da più pubblici ufficiali in concorso tra loro, nonché il ruolo svolto nelle suddette violazioni dai superiori gerarchici, seppur solo con condotte omissive, siano stati tali da ingenerare il timore diffuso di una sospensione di fatto delle garanzie costituzionali.

Art.3
Indipendentemente dai limiti di pena di cui all'art.1, è concessa amnistia per i delitti ai quali, ai sensi del codice penale, risulti in concreto applicabile la circostanza diminuente di cui all'art.311 c.p. e la pena non superi in concreto gli anni 5 di reclusione.
In riferimento all'art.270 sexies, la tenuità del danno o del pericolo và commisurata al danno effettivamente subito dallo Stato estero o dall'organizzazione internazionale.

Art.4
Ai fini del computo della pena per l'applicazione dell'amnistia:

a) Si ha riguardo alla pena stabilita per ciascun reato consumato o tentato;

b) Non si tiene conto dell'aumento di pena derivante dalla continuazione e dalla recidiva, anche se per quest'ultima la legge stabilisce una pena di specie diversa;

c) Si tiene conto dell'aumento di pena derivante dalle circostanze aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa o dalle circostanze ad effetto speciale. Non si tiene conto delle altre circostanze aggravanti;

d) Si tiene delle circostanza attenuante di cui all'art.98 del codice penale, nonché di quelle previste dall'art.62 del medesimo codice.
Ai fini dell'applicazione dell'amnistia la sussistenza delle circostanze di cui al comma 1 è accertata, dopo l'esercizio dell'azione penale, anche dal giudice per le indagini preliminari, nonché dal giudice in camera di consiglio nella fase degli atti preliminari al dibattimento.
L'amnistia non si applica qualora l'imputato, prima che sia pronunciata sentenza di non luogo a procedere o di non doversi procedere per estinzione del reato per amnistia, faccia espressa dichiarazione di non volerne usufruire.

Avv. Paolo Cognini
 



AGENDA

AGENDA


Global Project

Ya Basta Marche

C.S.A. Oltrefrontiera

C.S.A. Sisma

C.S.A. T.N.T.

Squola s.p.a.

C.S.A. KONTATTO





home | archivio | agenda | speciali | glomedART | downloads | links